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Zompero di Piana, già Xompero "Venexiani" - stemma

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Cenni storici

L’erudito Blasone degli Zompero di Piana, già Xompero “Venexiani”: Esegesi araldica, storica e mitologica di un prezioso Inedito

Nell’orizzonte culturale del primo Settecento, l’araldica non rappresentava una mera istanza decorativa, bensì un linguaggio sacro in cui si intrecciavano destino, prestigio e appartenenza. Ne è testimonianza l’insegna di Don Simon Xompero (1693-1764), stimato Arciprete della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea Apostolo in Crespadoro — carica che ricoprì dal 1727 al 1764 —: un blasone inedito giunto a noi impresso nel cuore di un prezioso ex voto, dipinto ad olio su tela (cm 70 x 100), la cui datazione si colloca verosimilmente tra il 1730 e il 1750.

L’opera fu commissionata dallo stesso Arciprete, che vi è ritratto in atteggiamento orante al cospetto della Vergine col Bambino, di San Nicola da Tolentino e di un coro di cherubini. Il dipinto, oggetto di studi che ne suggeriscono una possibile attribuzione alla mano o alla scuola del pittore vicentino Antonio De Pieri (1671-1751), costituisce un atto deliberato di nobilitazione, attraverso il quale il prelato intese consacrare, con consapevolezza e solennità, la dignità del casato Xompero “Venexiani”, la cui eredità è poi confluita nel ramo degli Zompero di Piana, in un ininterrotto solco di continuità familiare.

Nota di metodo: L’Esegesi tra Intuizione Filologica e Memoria Storica
È necessario distinguere con rigore i piani dell’indagine. Chi scrive, discendente diretto del ramo “Venexiani”, ha condotto un’analisi in cui la ricerca scientifica si intreccia fecondamente con l’eredità della memoria orale. Il percorso di riscoperta ha radici profonde nell’infanzia dell’Autore, nutrita dai racconti di nonno Benedetto Zompero che, con voce risoluta dall’accento valdagnese e colma di arcaica dignità, tramandava l’esistenza di un vessillo primigenio, un’arma antica e gloriosa custodita dalla stirpe in tempi remoti.
Per decenni, quell’eco ha risuonato nel cuore del discendente come un richiamo ineludibile, alimentando la costante ricerca di una prova tangibile. Tale anelito ha trovato recente compimento tra le pagine dei volumi dedicati a San Pietro Mussolino, piccolo comune della Valle del Chiampo, editi nel 2009, laddove lo sguardo dell’Autore si è posato sulla riproduzione del prezioso ex voto. È stato in quell’istante che il velo del tempo si è dissolto: al cospetto dell’immagine, la visione della “Fiamma” ha innescato una folgorazione in cui la realtà ha dato finalmente volto alla leggenda. Constatare come la crasi tra i termini greci ζώνη (zòne, cinta muraria) e πυρός (pyrós, del fuoco) trovasse riscontro puntuale nell’araldica del casato ha fornito la conferma che l’emblema rinvenuto fosse il più remoto tra i segni distintivi della famiglia. Ritrovare questo stemma ha rappresentato per l’Autore un momento di immenso giubilo: come se la mano del pittore, nel delineare secoli addietro le fiamme della torre, avesse tracciato un canovaccio di segni pronto a divampare, il ritrovamento è apparso come il ricongiungimento a un filo invisibile. La sinergia tra quel ricordo infantile e l’approfondimento accademico ha confermato l’ipotesi: lo stemma non è solo un simbolo, ma un’autentica “arma parlante” di stampo arcadico. In tal modo, la tradizione orale è stata elevata a dignità di studio, trasformando l’intuizione in una chiave di lettura scientificamente fondata.
È doveroso precisare che tale operazione esegetica non ambisce a sostituirsi alla storiografia positivista, bensì intende integrarla attraverso un’ermeneutica di stampo mitopoietico. Consapevole che l’araldica, nel suo codice più profondo, trascende la mera genealogia per farsi specchio dell’identità ideale di una stirpe, la presente analisi adotta un approccio multidisciplinare: il dato storico — rigorosamente vagliato — diviene così il sostrato necessario

su cui innestare una rilettura simbolica, capace di restituire al blasone la sua originaria, vibrante eloquenza. Questa metodologia, lungi dall’essere arbitraria, riconosce nel mito familiare un fatto storico a sé stante, degno di essere indagato con la medesima dignità riservata alle fonti d’archivio.

Esegesi del Simbolismo Dinamico: L’Aquila, la Torre e il Segreto del Campo Aperto
In questo blasone, la disposizione degli elementi rivela una gerarchia di protezione assoluta, dove ogni dettaglio concorre a definire un potere che è al contempo vigilante e generativo.
L’aquila bicipite, maestosa, non si limita a sovrastare la torre: essa la custodisce dall’alto, ponendosi come autorità suprema e scudo invalicabile. La torre, pur sprigionando fuoco dalla finestra laterale, rimane integra e inespugnata proprio in virtù della presenza dell’aquila. Il fuoco non è qui agente di distruzione, ma espressione di un’energia vitale e fervente che la torre — protetta dall’autorità imperiale — può sprigionare senza consumarsi. L’aquila dirige l’operazione: essa è il sigillo di sicurezza che garantisce la sopravvivenza della struttura. Il fuoco, che esce di lato, lontano dalla cima, dimostra che la torre è “salva” e in pieno possesso della sua funzione, illuminando il campo azzurro sotto lo sguardo vigile del rapace.
A questo sistema di protezione si aggiunge un elemento di fondamentale importanza: la porta della torre è aperta. Questo particolare, che lascia intravedere il campo dello scudo, trasforma la torre da fortezza chiusa in un passaggio o in un varco comunicante. Se il fuoco rappresenta l’energia esternata, la porta aperta indica che la protezione dell’aquila non serve a sigillare ermeticamente il potere, bensì a renderlo accessibile e trasparente. Il fatto che la porta riveli il campo sottostante suggerisce che la torre è un baluardo che non teme il confronto con l’esterno, poiché la sua solidità interna — il “cuore” dello scudo — è protetta dall’autorità imperiale. È l’emblema di un potere che permette al proprio baluardo di brillare, avendolo messo al riparo da ogni minaccia, ma mantenendolo al contempo vivo, aperto e intrinsecamente connesso al valore araldico che esso stesso incarna. Questa apertura non è dunque solo un dato formale, ma una cifra etica che accompagna l’intera identità del casato, rendendola un baluardo sempre proteso verso la comunità

L’Affermazione nel Territorio: Signoria e Stabilità nella Valle del Chiampo
Calare questo blasone nella realtà di San Pietro Mussolino tra il XVII e il XVIII secolo significa decodificare un atto politico di estrema rilevanza. In una valle soggetta ai tempi, esibire tale stemma non era mero prestigio, ma una dichiarazione di invulnerabilità. Per il casato Xompero, l’aquila bicipite non era solo il segno di una lealtà imperiale, ma il sigillo di “imperturbabilità aristocratica”: essa garantiva che, nonostante le carestie, le inondazioni o i mutamenti giurisdizionali che scuotevano la Valle del Chiampo, la stirpe — rappresentata dalla torre integra — restava salda, luminosa e protetta. Il fuoco che emana dalla finestra, circoscritto e controllato, diveniva per la comunità un monito di zelo apostolico, testimoniando che la famiglia non era suddita passiva, ma architetto del proprio destino.
La scelta di rappresentare la porta aperta nel blasone non era casuale: essa rifletteva l’operato di Don Simon nella Valle del Chiampo. Come la torre del suo stemma, la sua chiesa non era un fortilizio chiuso, ma una porta aperta verso i fedeli; la sua protezione non serviva a isolare, ma ad accogliere, rendendo la fede — come il campo azzurro dello scudo — accessibile a tutti.

La Memoria Tangibile: Il legame con San Pietro Vecchio
L’antica chiesa di San Pietro Vecchio a San Pietro Mussolino si erge a custode silenziosa di una memoria profonda, le cui radici si perdono in un passato remoto: attestato agli albori del Quattrocento, il sacro edificio vanta origini verosimilmente assai più antiche, riconducibili ai secoli XIII o XIV. Luogo di norma precluso alla pubblica fruizione, il tempio conserva nel proprio scrigno la testimonianza visiva del casato. Collocando l’opera al suo interno, Don Simon suggellò un vincolo indissolubile con il territorio, ricongiungendo le radici della stirpe — che la tradizione orale vuole giunte in Italia dalle lontane sponde della Grecia, per poi approdare alla Serenissima Venezia e infine trapiantarsi nel suolo natio — al cuore pulsante della Valle. Il tempio diviene così il punto di approdo in cui la storia familiare si fa pietra e preghiera, incastonandosi nell’identità della Valle del Chiampo. L’insegna araldica si trasfigura pertanto in veste eterna di una genealogia che, per tramite dell’Arciprete, trova nel sacro il suo sigillo definitivo. Eppure, varcando la soglia di questo onirico mondo dei blasoni, è doveroso ricondurre la narrazione alla realtà storica più acclarata: quella radice cimbra che, con rigore filologico, l’Autore ha già delineato nel precedente studio dedicato all’etimologia del cognome, offrendo una chiave di lettura più autentica al prestigio della stirpe.

Simbologia e Radici: Tra Storia, Mito e Spirito
L’emblema rivela una profondità che intreccia inestricabilmente il radicamento territoriale alla proiezione ideale. L’associazione del cognome a una radice greca non va intesa come tesi accademica, bensì come una brillante operazione di araldica parlante di gusto arcadico, in cui la torre che sprigiona fiamme eleva la famiglia a una dimensione che trascende la contingenza storica per attingere al mito. Questa simbologia appare indissolubilmente legata alla genesi del ramo degli Xompero “Venexiani”. È verosimile che l’adozione di tale emblema tragga origine dal ricordo di un antico antenato che, compiendo un viaggio risolutivo verso la Serenissima Venezia per onorare una causa nobile, segnò un solco profondo nella storia familiare, dando vita a quel distintivo soprannome che ancora oggi identifica il ramo d’appartenenza. La torre — che evoca con vigore le antiche strutture fortificate a difesa delle comunità prealpine, richiamando per analogia i resti del vicino Castello di Marana — si transfigura, nella sensibilità di Don Simon, da fortezza di pietra a saldo baluardo della Fede. Sovrastante l’insieme, l’aquila bicipite — che con la sua presenza protegge la struttura, facendo sì che il fuoco scaturisca dalla finestra come energia vitale senza intaccare l’integrità del baluardo — conferisce a questo specifico lignaggio una dignità di respiro universale, sancendo l’alleanza tra la lealtà imperiale e la memoria di quel viaggio verso Venezia. Sul piano spirituale, l’ardire di quella fiamma che arde senza consumare la torre assurge a simbolo di zelo apostolico e costante vigilanza, sublimando l’identità terrena in un’aspirazione alla trascendenza. In conclusione, quella porta spalancata sull’azzurro del campo diviene la metafora definitiva dell’eredità degli Xompero “Venexiani”: un invito alla vigilanza, certo, simboleggiata dall’aquila e dalla fiamma, ma soprattutto un monito costante a mantenere, nonostante le difficoltà, il proprio cuore — la propria “porta” — aperto alla carità e alla trascendenza.

La Celebrazione della Stirpe e l’Intento Committenziale
A corredo del dipinto, nel registro inferiore, si ammira una sontuosa consolle settecentesca; è

sull’intaglio ligneo di questo arredo che l’arma si offre, al centro della composizione pittorica, nella più squisita eleganza gentilizia. L’assenza del galero e delle insegne prelatizie attesta, con elegante fermezza, la natura non privata o esclusivamente ecclesiastica dell’insegna, rivendicandone invece l’esclusiva valenza nobiliare. Ponendo tale emblema al centro della consolle, Don Simon non mira a celebrare la propria figura di sacerdote, quanto piuttosto a consacrare l’identità dell’intero casato, includendo nel prestigio dell’arme la memoria dei genitori e degli antenati. In tale scelta si riflette, con nobile fierezza, la coscienza di una stirpe che, pur non gravando sulle cronache del potere politico, ha sempre coltivato nel profondo del cuore la consapevolezza di una propria, incorruttibile ed aristocratica distinzione. Tale convinzione, tramandata con tenacia, trasforma la rivendicazione di lignaggio in un’intima eredità spirituale.

La Mediazione Sacra: Il ponte verso l’Eternità
In tale disposizione spaziale, l’insegna araldica si erge in linea prospettica ascendente verso l’effigie di San Nicola da Tolentino, configurando una precisa mediazione visiva tra il committente orante e il Santo. Don Simon, nel suo atto di devozione, intercede per le anime dei suoi antenati — le cui memorie sono sigillate proprio nel blasone — affidandole alla potente intercessione del Taumaturgo, eletto nel culto come protettore delle anime purganti. In questo gesto, Don Simon ha saputo trasformare un oggetto devozionale in un monumento alla continuità della stirpe, che oltrepassa la soglia del tempo. La sua opera rimane un monito vivente sulla natura profonda dell’appartenenza: un legame che, superando i limiti del tempo e della transizione onomastica, eleva il nome al rango di una memoria che non teme l’oblio, trovando nella solida fede degli avi il proprio baluardo eterno. Il presente scritto, redatto dall’Autore in qualità di diretto discendente del ramo “Venexiani”, intende offrire solenne tributo all’operato del prelato, custode delle origini e architetto dell’identità del casato.
È altresì fondamentale specificare l’intercessione della Beata Vergine che, collocata nel dipinto proprio al di sopra del blasone, non rappresenta un dettaglio secondario: lo stemma viene in tal modo posto sotto l’egida della salvifica protettrice, la Vergine col Bambino, che ne garantisce la tutela celeste.

Nota sulla tradizione orale del ramo “Venexiani”
Si rende doveroso menzionare, a margine della presente analisi, la persistenza di una tradizione orale nel ramo familiare noto come “Venexiani”, che tramanda l’arrivo di un capostipite dall’isola di Zante tra il XV e il XVI secolo al servizio della Serenissima. Tale memoria si intreccia suggestivamente con il rinvenimento, avvenuto nel 1787 nella chiesa di San Pietro Vecchio, di un sigillo del Vescovo Benedetto di Mitilene (datato 1460); tale reperto, proveniente dall’area greca, costituisce un’evidenza materiale del legame con l’Oriente ellenico, indipendentemente dalla figura ecclesiastica titolare del sigillo stesso. Ad oggi, in assenza di riscontri documentali che colleghino direttamente tale ascendenza al casato, non è possibile indagare il fenomeno in sede etimologica; si deve considerare che tale narrazione possa essere stata elaborata in epoca successiva come celebrazione nobiliare. Tuttavia, la specificità di tale memoria e la sua convergenza con le testimonianze materiali suggeriscono di lasciare aperta la questione, in attesa di ulteriori indagini che possano un giorno chiarire il reale rapporto tra la stirpe e le rotte orientali della Repubblica.

IN MEMORIA DI DON SIMON XOMPERO: NEL SOLCO TRACCIATO DAL SUO OPERATO, L’ANTICO CEPPO DI GIOVANNI ANTONIO DEL RAMO “VENEXIANI” HA SAPUTO PRESERVARE E COLTIVARE LE ASPIRAZIONI PIÙ NOBILI. È AL SUO ESEMPIO CHE SI RICONDUCE QUELLA RETTITUDINE MORALE, TRASMESSA DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE, CHE COSTITUISCE IL VERO E UNICO LIGNAGGIO FAMILIARE. UN’EREDITÀ VIVA, CHE IMPEGNA I DISCENDENTI A TESTIMONIARE COME LA GRANDEZZA DI UN NOME NON RISIEDA NEL MERO RIVERBERO DEL PASSATO, MA NELLA CAPACITÀ DI NUTRIRE LO SPIRITO ATTRAVERSO I PRINCIPI CARDINE DELL’AGIRE CRISTIANO, ORIENTANDO OGNI AZIONE, CON COSTANTE DEDIZIONE, VERSO UN ORIZZONTE DI TRASCENDENZA E VIRTÙ.
ANDREA ZOMPERO
CASTELGOMBERTO, il XIX Giugno MMXXVI

Nota dell’Autore
La genesi di questo saggio non va ricercata in una mera compilazione bibliografica, bensì nell’incontro fecondo tra una memoria ancestrale — custodita per decenni nell’alveo familiare — e il rigore dell’indagine archivistica. Tale ricerca, che si è dipanata tra carteggi storici e la riscoperta di testimonianze materiali, trova il suo fulcro nell’analisi diretta delle fonti documentali, in un percorso che l’Autore ha inteso compiere in totale autonomia intellettuale. In questo cammino di riscoperta, un ringraziamento colmo di stima e gratitudine è rivolto a Daniela Rancan e Miro Monchelato. Studiosi appassionati, essi hanno rappresentato un punto di riferimento imprescindibile: a loro l’Autore deve la dedizione e la paziente guida che hanno accompagnato ogni fase di questo lavoro, in un confronto che è andato ben oltre ogni dovere, giungendo a costituire un sostegno prezioso e un esempio di eccellenza intellettuale che l’Autore desidera qui riconoscere con autentico sentimento. A questa solida sinergia l’Autore deve la possibilità di aver dato voce, con consapevolezza e profondità, alla storia del casato.

ANDREA ZOMPERO
CASTELGOMBERTO, il XIX Giugno MMXXVI

Blasonatura

Arma: d’azzurro, alla torre al naturale, merlata alla ghibellina, terrazzata di verde, aperta e finestrata del campo, la finestra centrale fiammeggiante di rosso verso sinistra; la torre è cimata da un’aquila bicipite spiegata di nero, armata e rostrata d’oro.

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https://www.registroaraldicoitaliano.it/listing/zompero-di-piana/

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