Scudo
Accartocciato
Accartocciato
Stemma
Al naturale, Argento, Oro, Rosso, Verde
Animali, Figure inanimate, Figure umane, Natura
Motto
Nome o cognome
A colori
Capitolo I: Le radici nel territorio e la continuità storica
La storia della famiglia Schiavo costituisce una tessera fondamentale per la comprensione dell’evoluzione socio-economica della dorsale collinare di Castelgomberto, in provincia di Vicenza. La presenza della stirpe in tale territorio non si configura come un dato episodico, bensì come un fenomeno di lunga durata, attestato da una continuità documentale che attraversa i secoli, radicandosi profondamente nel tessuto rurale locale. È di primaria importanza sottolineare come la stessa denominazione della località, “Monte Schiavi”, derivi direttamente dall’insediamento storico della famiglia: è il cognome Schiavo a conferire il nome al luogo, rendendo il legame tra la stirpe e la terra un connubio indissolubile e topograficamente indelebile. Le ricerche storiografiche indicano come il cognome Schiavo rappresenti la testimonianza di un fenomeno migratorio di portata europea: nel corso del XIII secolo, popolazioni giunte dall’altra sponda dell’Adriatico approdarono in queste aree, allora caratterizzate da terre marginali, promuovendone la bonifica e divenendo, nel tempo, proprietari di preziosi appezzamenti terrieri. Tale attestazione conferma come la casata abbia saputo trasformare una condizione iniziale di insediamento pionieristico in un presidio consolidato del territorio. La capacità di radicamento degli Schiavo si riflette nella struttura stessa delle contrà, in particolare nel nucleo di Monte Schiavi e nelle strutture di Contrà Castellare. L’assetto insediativo tipico, caratterizzato dalla compresenza di casa padronale, rustici, stalle, barchesse, forno e capitello, denota un’organizzazione economica e sociale di notevole complessità. Si osserva, in particolare, la precisione dei rilievi catastali che attestano l’evoluzione della proprietà dal 1556 fino al XX secolo. La capacità della stirpe di edificare manufatti di pregio, tra cui si distingue il possente barbacan del nucleo centrale — struttura che conferisce all’insieme un aspetto di rara solidità, quasi fortificato — testimonia un ruolo di primo piano nella vita comunitaria di Castelgomberto, superando di gran lunga la mera sussistenza agricola. L’identità di questa casata si è costruita attraverso un rapporto simbiotico con la terra, mediato da una costante capacità di investimento e manutenzione del paesaggio. È in questo orizzonte che la transizione semantica e amministrativa della località — dall’originaria identificazione consuetudinaria in “Contrada” fino all’attuale riconoscimento istituzionale in “Frazione” — assume il valore di una definitiva consacrazione storica. Se la memoria orale e le cronache parrocchiali hanno custodito per secoli il nome degli Schiavo come identità vivente del poggio, la moderna segnaletica stradale che oggi indica “Monte Schiavi” non è che l’atto conclusivo di un processo secolare: l’istituzionalizzazione di un nome che non è stato semplicemente assegnato, ma profondamente meritato dalla stirpe. Per chi, come l’Autore, ne porta l’eredità, l’impatto visivo di quel cartello non è un mero dato toponomastico, ma la sigillatura geografica di un’appartenenza che sfida il tempo, trasformando il cognome della bisnonna Maria Teresa Schiavo (1913-2017) in un punto cardinale indelebile del paesaggio vicentino.
Capitolo II: Il Monte Arbion, il castellarium e l’Oratorio di S. Gaetano
La topografia storica di Castelgomberto rivela che la presenza della famiglia Schiavo non fu casuale, bensì legata a punti strategici del paesaggio, in particolare al vasto altipiano di Monte Arbion e alla vetta delle Castellare. La ricerca storiografica suggerisce che la Contrà Monte Schiavi sia sorta in un luogo di antica rilevanza, definibile quale castellarium. Tale ipotesi trova fondamento documentale in un contratto di vendita del 1206, redatto dal Vescovo vicentino Uberto con il consenso del Patriarca di Aquileia, riguardante l’alienazione di castelli, tra cui figurano Campiglia, Sovizzo, il Monte Arbion e altre proprietà private. In questo contesto, l’edificio noto come il “portico di corte Schiavo-Gonzati” viene interpretato, in virtù della sua architettura, come il probabile ingresso al castello medievale. La contrà, posta a 243 metri di altitudine sulla parte occidentale dell’altipiano di Monte Arbion — ad occidente delle Castellare — confina a occidente con il versante boscoso prospiciente la Valle dell’Agno e a oriente con i declivi verso la Valle dell’Onte. La Contrà Castellare, toponimo attestato dalla seconda metà dell’Ottocento, trova le sue radici più antiche nella casa denominata “Castelare Albionis”, citata già in documenti del 1470. Tale edificio si ergeva sul fianco del cono vulcanico formatosi nell’Oligocene, circa 30 milioni di anni fa. Fu in quella dimora che crebbe la già citata bisnonna di chi scrive, Maria Teresa Schiavo. Ella conservò per quel luogo, fino alla propria dipartita, un legame viscerale e indissolubile, trasmettendo al pronipote, attraverso una comunione spirituale ed affettiva che il tempo non ha scalfito, la sacralità di quella dimora ancestrale. La volontà di affermazione sociale della famiglia trova la sua massima espressione nell’Oratorio di S. Gaetano, edificato nel 1670 dai fratelli Giovanni Battista e Francesco Schiavo, figli di Gregorio. È fondamentale ricordare che Giovanni Battista, in qualità di Parroco, e il fratello Francesco, vollero con ferma determinazione la costruzione di questo luogo sacro. Nonostante l’esito sfavorevole dell’ispezione condotta dal parroco di Cornedo, don Fabian Fabri, i fratelli Schiavo, in virtù della facoltà concessa dal Vescovo Ciurano, procedettero con la costruzione, dando prova di una tempra che superava le resistenze curiali dell’epoca. L’Oratorio, situato a servizio dei nuclei abitativi della contrà, è arricchito da più lapidi commemorative, una delle quali recita:
«AD DEI VENERATIONEM ANIMARUMQUE SALUTEM AUGENDAM – IO. BAPTISTA PAROCHUS ET IO. FRANCISCUS GREGORII SCLAVI FILII HANC SACRAM AEDEM A FUNDAMENTIS – PROPRIIS SUMPTIBUS – EREXERE ANNO MDCLXX».
La struttura si distingue per il particolare pronao aggettante, configurato a guisa di loggiato; tale elemento architettonico rappresenta, a parere di chi redige questo studio, un probabile unicum nel panorama dell’architettura sacra vicentina. Si tratta di una valutazione che, pur fondata sull’osservazione diretta dell’Autore, rimane aperta a futuri approfondimenti storiografici. Il prestigio del complesso è ulteriormente sancito dall’elegante campanile, che svetta armonioso a completamento dell’edificio sacro.
Capitolo III: Il Codice d’Identità — L’Analisi dello Stemma e il Lemma Fidei
L’identità di una stirpe non è mai un dato accidentale, ma un organismo simbolico che attende di essere decifrato nella sua verità più profonda. Lo stemma della famiglia Schiavo, scolpito nella pregiata pietra di Vicenza che, dal 1670, sovrasta l’altare maggiore dell’Oratorio di S. Gaetano a Monte Schiavi, si configura come un autentico trattato di filosofia morale tradotto in materia. Essendo un elemento finora escluso dall’analisi iconografica della storiografia ufficiale, esso viene qui presentato come documento inedito, oggetto di una rigorosa ricostruzione scientifica.
La blasonatura originale, celata nella solennità della pietra bianca, rivela la propria cromia perduta attraverso una ricostruzione che ne ripristina la coerenza araldica: d’argento, al cane bracco al naturale, posto sopra una pianura erbosa, legato ad una catena d’oro, tenuta da un destrocherio vestito di rosso, movente dal fianco sinistro dello scudo. È doveroso precisare che, sebbene la pietra di Vicenza conservi oggi solo il rilievo scultoreo, l’assenza della pigmentazione originale costituisce una lacuna temporale che la ricerca araldica è chiamata a colmare. In virtù della continuità ereditaria, è stata operata una ricostruzione scientifica volta a reintegrare le valenze simboliche della casata, partendo dall’impronta storica originale. In questo vinculum, la pietra trasforma il nome “Schiavo” in un’arma parlante. Il cane bracco — emblema di fides e vigilanza attiva — non è ritratto nella libertà dell’animale selvaggio, bensì è fermato dal guinzaglio d’oro. Qui risiede il cuore semantico della casata: il nome “Schiavo” non costituisce una passiva denominazione, ma una dichiarazione d’intenti. Essere “schiavi”, nel codice etico della famiglia, significa essere legati indissolubilmente a un principio superiore, a una fides che guida l’agire umano.
Il Destrocherio Rosso: Rappresenta l’operosità e la rettitudine dell’azione che, anziché agire in autonomia predatoria, si pone al servizio della giustizia.
Il Guinzaglio d’Oro: Simboleggia il legame scelto; la volontaria sottomissione dell’individuo a un ideale che ne definisce e ne eleva l’identità.
Il Bracco al Naturale: Incarna l’essenza stessa della stirpe: la capacità di restare vigili, ma sempre nel perimetro tracciato dalla propria, nobile dedizione.
Il motto NON BELLO SED FIDE diviene, alla luce di questa ricostruzione, un manifesto di resistenza etica. In un’epoca in cui la nobiltà si definiva attraverso la supremazia marziale — il bellum —, gli Schiavo scelsero di definire la propria essenza attraverso la fides. L’assenza di documenti d’epoca che spieghino tale iconografia non rappresenta un vuoto storico, ma la conferma che nel XVII secolo il simbolo costituiva una lingua franca, immediata, che non richiedeva didascalie. È il silenzio dei secoli a rendere necessaria l’opera di indagine: il compito attuale non consiste nel cercare un verbale in archivio — inesistente poiché la pietra parlava già per sé — ma nel restituire voce alla materia, leggendola per quella che è: un’affermazione di nobiltà spirituale. Il nome “Schiavo” diventa così un titolo di dignità: non servi del potere, ma schiavi della propria, incrollabile, integrità.
Capitolo IV: Il Sigillo della Terra — Maria Teresa Schiavo, l’Eredità di una Tempra Secolare
La storia degli Schiavo trova nel Novecento la sua incarnazione più nobile nella figura di Maria Teresa Schiavo (1913-2017). Ella nacque a Cervarese Santa Croce nel padovano, un evento che non fu frutto del caso, ma dell’intreccio profondo di una solida rete familiare. Maria Teresa, settimogenita di Giovanni Schiavo (1878-1951), proprietario coltivatore, fu Girolamo e Prina Angela, e di Maria Luigia Fin (1875-1948), fu Girolamo e Lucia Zordan, apparteneva a una stirpe di stimati possidenti terrieri che gestivano proprietà tra Monteviale e Cervarese Santa Croce. La scelta di quel luogo natale fu dettata dal legame di stima che univa il padre Giovanni al cognato, proprietario delle tenute a Cervarese, il quale soleva chiamare al proprio fianco Giovanni, uomo di fiducia e di provata capacità, affinché lo coadiuvasse nella gestione delle terre. Fu proprio durante uno di questi periodi di dedizione, all’interno della residenza padronale della tenuta, che Maria Teresa vide la luce.
Fu un dettaglio che, all’età di centotre anni e mezzo, la nonna scelse di confidare all’Autore. Non è dato sapere se tale ricordo fosse stato tramandato in precedenza ad altri membri della famiglia; ciò che è certo è che, in quell'istante, quel racconto si è materializzato come una rivelazione mai udita prima, un dono consegnato nel crepuscolo della sua lunga esistenza. “Sono nata a Cervarese”, ricordo' in quel momento cosi speciale , con voce ferma ma carica di un arcano mistero, “...venuta al mondo in mezzo a cento vitelli”.
Sposa di Gelindo Chilese, nato anch’egli nel 1913, Maria Teresa vide il proprio destino segnato precocemente dal dolore: rimasta vedova nel 1943, a soli trent’anni, affrontò la perdita del marito, stroncato da una malattia contratta durante il servizio militare. Fu in quella solitudine imposta dalla storia che Maria Teresa poté contare sul sostegno fondamentale dei suoceri, Gio- Batta Chilese (1881-1958) e Oliva Sandri (1889-1966), con i quali condivideva l’abitazione. Essi, riconoscendone la tempra, la aiutarono con amorevole dedizione, giungendo a donarle un appezzamento di terra di fronte alla vecchia casa di famiglia, affinché potesse edificarvi la propria abitazione . In quel contesto di solidarietà, ella scelse di trasformare il dolore in una forza generatrice: impiegando con instancabile vigore il lavoro costante delle proprie mani, riuscì a garantire ai figli una crescita dignitosa, solida e prospera. Questa inesauribile dedizione domestica divenne il fondamento della sua vita pubblica, poiché proprio quella tempra, temprata dalle avversità, la condusse a ricoprire per vent’anni la carica di Presidente dell’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra della sezione di Castelgomberto, ricevendo per il proprio impegno un prestigioso diploma di benemerenza. La sua longevità fu protetta da un’alleanza d’amore che definisce l’etica della famiglia, testimoniata da una forza d'animo che le avversità non riuscirono mai a piegare.
La memoria del territorio ha saputo restituire alla figura di Maria Teresa tratti di profonda umanità, consacrandola nell’immaginario collettivo attraverso il soprannome che identificava il ramo della sua famiglia. Ella era nota come “Teresina Pocia”. Tale soprannome richiamava direttamente quello del padre Giovanni, al quale era stato originariamente affibbiato per la sua consuetudine di “pociar”, intingere il cibo negli intingoli untuosi dei pasti — un gesto conviviale e autentico nel rito del cibo — e che Maria Teresa portò con naturalezza. Tuttavia, in quella stessa comunità, la sua figura veniva guardata con particolare affetto dal parroco, Don Pietro Meda (1891-1951). Egli, rifuggendo il richiamo popolare e talvolta un po’ greve del soprannome di famiglia, scelse di chiamarla semplicemente “Schiavetta”, un appellativo che nel suo dialetto d’elezione suonava come una carezza. Si narra che tutto nacque durante la Prima Comunione: Maria Teresa, ancora bambina, si lasciò andare a un pianto di commozione infantile. Don Pietro, avvicinandosi con paterna dolcezza, la prese a cuore sussurrandole: “Schiavetta mia, pianxito perché? Tanto te si'ti la pi' bela de tute!”. Quella frase, che Maria Teresa portò sempre nel cuore, rimase il segno di un legame semplice e profondo, capace di trasformare un cognome in un nomignolo affettuoso, rendendo la sua presenza in parrocchia ancora più familiare e amata. Il cognome “Schiavo”, nel vissuto quotidiano di Maria Teresa, non fu mai percepito come un limite, ma come un tratto distintivo su cui la comunità, e la sua guida spirituale, amavano posare uno sguardo di benevola, orgogliosa ammirazione.
Fondamentale, in questo cammino, fu il figlio primogenito, Elio Chilese (1940-2020), il quale incarnò, insieme alla moglie Agnese Gavasso (1939-2024), una dedizione filiale purissima. Dopo l’ictus che colpì Maria Teresa a ottantanove anni, fu Elio, con una dedizione silenziosa e costante, a prendersi cura della madre per quasi quindici anni, coadiuvato dall’amorevole presenza di Agnese. La loro esistenza, vissuta nel calore domestico, è stata documentata dal Giornale di Vicenza in data 9 febbraio 2017.
Quella confidenza, insieme a molto altri frammenti di vita vissuta di intima natura, scelti dalla nonna per essere condivisi unicamente con l’Autore nell'intimità protetta delle mura domestiche e nel tepore del focolare, rappresenta il nucleo profondo di questo saggio. Essendo l’Autore il depositario di tali parole, il presente lavoro si erge come il suo tributo a lei, un atto d’amore e di commozione in cui quei segreti, affidati in quel momento speciale, trovano infine compimento.
Capitolo V: L’eredità vivente — La Nobiltà come Scelta di Vita
Oggi, questo filo rosso giunge all’Autore, fiero nipote di Agnese Gavasso e di Elio Chilese, nonché pronipote ed erede di Maria Teresa Schiavo. La propria decisione di tornare nel grembo del focolare per vivere al fianco di chi ha bisogno — assistendo personalmente l’amata nonna materna per quattro anni e mezzo e dedicandosi alla cura della madre Antonella Chilese — rappresenta il compimento di una naturale continuità ideale. L’araldica degli Schiavo non costituisce un reperto concluso nel 1670: essa prosegue ogni giorno tra le mura domestiche. Chi scrive ha operato una scelta consapevole: lasciare l’attività svolta presso un museo a Venezia per trasferire la propria residenza a Castelgomberto, consacrando il proprio tempo alla dedizione verso i propri cari e alla cura del patrimonio familiare. Tale decisione, che privilegia la continuità del focolare e la fedeltà alle origini, rappresenta la traduzione moderna e autentica del motto NON BELLO SED FIDE. In un tempo di solitudine diffusa, il ritorno al legame familiare inteso come cura radicale costituisce un atto rivoluzionario. In un mondo che corre e dimentica, i discendenti di Maria Teresa Schiavo hanno scelto di restare e di farsi carico l’uno dell’altro. La “fede” di cui parla lo stemma non è un concetto astratto; è la promessa, mantenuta di generazione in generazione, di non lasciarsi mai soli.
APPENDICE:
Architettura della Memoria — Note Metodologiche e Riferimenti Storici
L’architettura narrativa delineata nelle pagine precedenti non ambisce a sostituirsi alla storiografia ufficiale, bensì a offrirne una lettura complementare, intesa come esercizio di “ermeneutica della memoria”. Il fondamento documentale di questo studio poggia interamente sulle ricerche del prof. Antonio Fortuna, in particolare nell’opera Le contrà di Castelgomberto della Valle dell’Agno e dell’Onte (2022), che costituisce la base fattuale e archivistica di ogni riferimento cronologico e catastale qui riportato. Il lavoro dell’Autore ha inteso operare una ricomposizione di tali dati in un sistema organico, dove il rigore del dato si fonde con la soggettività della prospettiva. In qualità di storico dell’arte, la metodologia applicata alle analisi dei manufatti si basa sull’osservazione autoptica e sull’analisi morfologica diretta. Ove le conclusioni proposte si distinguano dalle interpretazioni sino ad ora consolidate, esse sono da intendersi come ipotesi interpretative basate sull’indagine filologica del monumento, presentate al dibattito scientifico come spunto per future ricognizioni.
Eredità come Destino
Il presente studio si chiude nel momento in cui, per l’Autore, si compie il ciclo della propria permanenza a Castelgomberto. Egli affida queste pagine alla storia della contrà con la certezza che la fedeltà — quella che il blasone della stirpe ha tramandato per secoli — non si estingue, ma si evolve: essa diviene ora la cifra distintiva di una nuova missione, atta a perpetuare, nella dignità e nel rigore, la memoria di coloro che sono stati, nel tempo del bisogno, maestri di vita.
Dott. Andrea Zompero di Piana, già Xompero "Venexiani" Castelgomberto, il XVI Luglio MMXXVI